Per la rubrica PARLIAMONE
ANNIE MOORE, LA “MIGRANTE ZERO”
Nel giorno della conclusione delle indagini sul ritardo dei soccorsi per il naufragio di migranti di Steccato di Cutro, un ricordo della “migrante zero” Annie Moore
di Francesco Neri*
Primo gennaio 1892: è una data che non dovremmo dimenticare, e non dovremmo dimenticare neanche un nome, quello di Annie Moore.
La storia di Annie Moore, la ragazzina arrivata nel Nuovo Mondo alla fine dell’Ottocento, dovrebbe essere ricordata soprattutto dopo il naufragio di Cutro a poche decine di metri dalla riva, nella notte fra il 25 e il 26 febbraio 2023, in cui morirono 94 persone tra cui 35 bambini. Invece di studiare un piano di accoglienza vera e di efficace integrazione il governo ha varato d’urgenza il “decreto Cutro” e il ministro dell’Interno si è affrettato a dichiarare che “la disperazione non può mai giustificare viaggi che mettono in pericolo i propri figli”. Poi nella notte fra il 13 e il 14 giugno in Grecia, nel mare che lambisce il Peloponneso di fronte a Pylos, avviene un altro naufragio. Stavolta i morti sono stati un’ottantina. E allora le dichiarazioni che aveva fatto il ministro dell’Interno nella conferenza stampa a Steccato di Cutro risultano parole vuote e infelici, solo e soltanto parole di circostanza.
Basterebbe leggere con attenzione qualche volume, approfondire alcuni dati o sfogliare con interesse qualche documento per rendersi conto che la storia dell’umanità è fatta di spostamenti e di migrazioni da un paese all’altro. Basterebbe ricordare che noi italiani un tempo eravamo come gli immigrati che oggi non siamo in grado di accogliere e integrare come dovremmo. È davvero sufficiente il contrasto agli scafisti e ai trafficanti, parole che indicano ruoli e responsabilità diverse e che invece nel decreto Cutro vengono usate in modo interscambiabile? Oppure ha ragione Camillo Ripamonti del Centro Astalli che dopo aver letto il decreto Cutro, ha parlato di “una serie di proposte senza regia, che raccontano il volto di una politica priva di una visione d’insieme sul tema migratorio”?

E allora la storia della ragazzina irlandese arrivata in America alla fine dell’Ottocento ed entrata attraverso la “porta d’oro” nel paese che prometteva speranza e futuro non dovremmo dimenticarla perché è la nostra storia, tutti noi abbiamo uno zio d’America, un lontano cugino, un nonno, un bisnonno o un parente che è andato a cercare fortuna all’estero e se non è il nostro è quello del nostro vicino di casa. Dall’estremo lembo di Manhattan si può vedere e raggiungere con un battello che impiega una manciata di minuti l’isolotto di Ellis Island, “la porta d’oro” la chiamavano, la porta d’accesso al Nuovo Mondo per milioni di immigrati. Oggi su quella piccola isola che si trova vicino alla statua della Libertà e poco lontano dal porto di New York sorge un Museo dell’immigrazione caratterizzato da un grande stanzone dove fu creato un primo centro di ispezione federale in cui veniva deciso chi entrava e chi restava fuori dagli Stati Uniti.
Quell’enorme camera in cui venivano ammassati come bestie gli immigrati che arrivavano da tutta Europa e dall’Italia era un luogo di speranza e di disperazione allo stesso tempo: di speranza perché avrebbe permesso a milioni di persone di entrare nel Nuovo Mondo, avrebbe consentito loro di andare verso un futuro raggiante, un futuro carico di aspettative, con la possibilità di realizzare i propri progetti di vita.
Allo stesso tempo però poteva essere anche un luogo di disperazione e di lacrime perché quella grande stanza che a New York ancora oggi chiamano “immigration room” e che fa parte del museo dell’immigrazione era il luogo in cui avvenivano le ispezioni da parte dei medici su tutti gli immigrati che arrivavano e che venivano esaminati con attrezzature che erano molto simili a strumenti di tortura. Gli venivano controllati gli occhi per vedere se avevano malattie. I più deboli fisicamente venivano respinti. E ciò poteva dar luogo a vere e proprie lacerazioni all’interno di una stessa famiglia perché alcuni venivano accettati e altri venivano respinti. Oggi “l’immigration room”, la stanza principale del Museo dell’immigrazione, è diventato un luogo della memoria nazionale ma anche di tante memorie familiari: chiunque arriva oggi a New York da qualunque parte del mondo e va a visitare quella stanza può digitare il nome della propria famiglia, può rintracciare così i propri antenati e ricostruire la storia familiare. Attraverso quella “porta d’oro” sono passati circa dodici milioni di persone. “Avanti le donne e i bambini”. Era il capodanno del 1892 quando Annie Moore, una ragazzina “sui 15 anni” entrò nella grande stanza dell’Immigration Bureau, lo stanzone per le ispezioni costruito a Ellis Island. Fu lei, la piccola irlandese a sbarcare per prima dalla nave a vapore Nevada dopo 11 giorni di navigazione e per questo la chiamarono “la migrante zero”. Non fu solo la prima di 148 persone che quel giorno rimasero in attesa del verdetto che avrebbe cambiato loro la vita ma fu la prima ad essere registrata nel libro degli arrivi di dodici milioni di immigrati che fino al 1954 furono costretti a sottoporsi al severo sguardo degli ispettori federali a Ellis Island. Appena scesa dalla Nevada, quel giorno arrivarono anche altre due navi cariche di immigrati, la ragazzina irlandese fu trasportata negli uffici federali da una “barca da trasporto immigranti, decorata con bandierine e accompagnata lungo la banchina dal suono metallico di campane e il baccano di fischi stridenti” come raccontò il New York Times del 2 gennaio 1892.
Oggi noi italiani ed europei siamo coloro che accolgono. Ieri noi italiani ed europei eravamo quelli che venivano accolti. Ci siamo inventati il mito, ruffiano e accattivante, degli “italiani brava gente”. Ci siamo raccontati, mentendo a noi stessi, che eravamo “poveri ma belli”. Ma anche noi siamo stati clandestini, abbiamo vissuto in condizioni che dire precarie è poco. Anche noi abbiamo fatto lavorare i minorenni: è significativa la storia di Donato Vozza, un italiano che aveva comprato due bambini, Francesco e Felice Fraioli, all’inizio del Novecento al prezzo di cento lire l’uno quando una macchina da cucire costava circa 200 lire. La differenza tra gli immigrati di oggi in Italia e gli immigrati italiani ed europei di ieri nel mondo, forse, è solo temporale.



* Francesco Neri è giornalista professionista, ha lavorato e lavora per la Rai come autore e conduttore televisivo e radiofonico delle trasmissioni: Giornale radio, Unomattina, Ballarò, La Grande Storia, Caterpillar estate, Passioni, Vite che non sono la tua, Prima Pagina, Tutta la città ne parla. Fa parte della giuria del Premio letterario Fitel “Storie inaspettate”.
