ASSALTO ALLA DILIGENZA
Trump, i decreti presidenziali e l’ultimo baluardo costituzionale
di Guido S. Mondino, imprenditore e scrittore italo-canadese.
* Il testo che segue è ricco di link e rimandi ad atti pubblici, situazioni, video, dichiarazioni rese pubbliche dagli stessi protagonisti o dai media
Chi lo fa cadere perde, lo sapete bene perché ci avete giocato al mare. Si fa una montagnetta di sabbia con in cima un bastoncino; a turno con una mano ognuno toglie un po’ di granelli e poi, via via che ci si avvicina allo stecchino, con le dita si scava sempre meno sperando che a farlo cadere sia il prossimo giocatore. A Washington il giochetto di Trump e dei suoi accoliti è simile, salvo che vince chi per primo riuscirà a far cadere l’asta con la bandiera a stelle e strisce in cima al montarozzo della Casa Bianca.
Immediatamente dopo la sentenza della Corte suprema che circoscrive e limita l’opposizione delle Corti federali ai decreti presidenziali, The Donald ha cantato vittoria per la ragione sbagliata, ma ha comunque motivo di cantarla. Il casus belli era il diritto alla cittadinanza per nascita, lo ius soli. La Corte non ne ha sancito il decadimento, essendo tale diritto alla cittadinanza garantito dal quattordicesimo emendamento della Costituzione americana. Anzi, se ne è ben guardata, non potendo oltretutto contraddire sé stessa (sentenza del 1898 sulla medesima materia). Tuttavia, e più in generale, il pronunciamento attuale sancisce che le Corti federali non possono opporsi a un qualsiasi decreto presidenziale, il che indirettamente include anche quelli in palese violazione della costituzione. Quel che ha scatenato il giubilo di The Donald è che, d’ora in avanti, una Corte federale di un qualsivoglia Stato non potrà più bloccare un suo decreto a mezzo di un’ingiunzione universale, cioè valida su tutto il territorio degli Stati Uniti, ma potrà farlo limitandosi al proprio Stato e, notare bene, unicamente se nel contempo sia stata iniziata una causa legale – individuale o di gruppo – contro il suddetto decreto. Blocco al sistema, vittoria monumentale.
I danni collaterali che ne derivano saranno strutturali e destinati a cambiare il corso della storia degli Stati Uniti. Voi capite che qualsiasi processo di opposizione contro editti dello Sceriffo-in-Chief, siano essi illegittimi o incostituzionali, diventerà eccessivamente lungo, tortuoso e finanziariamente insostenibile. Rimaniamo per un attimo sul caso specifico delle deportazioni, allorché vi sono famiglie con figli nati negli Usa (e dunque cittadini americani per via dello ius soli) ma i cui genitori non hanno passaporto americano: quale immigrato, di norma pagato a $7,25 l’ora (salario minimo), potrà mai permettersi un avvocato o di aspettare l’esito di cause che durano anni? Nel frattempo le deportazioni saranno state eseguite, con tanti saluti al quattordicesimo emendamento e ai bambini che sono legalmente cittadini statunitensi. Una volta di più, con questa amministrazione chi ha mezzi finanziari se la cava, mentre i poveri possono solo soccombere.
A guardar bene, purtroppo, lo spettro è assai più largo. La Corte suprema – dismessa la funzione di contraltare al potere esecutivo e ormai ridotta al ruolo di coretto da palcoscenico dietro il solista – proprio perché non è entrata nello specifico dello ius soli, con questa sentenza ha dato al Despota-in-Chief il via libera di spadroneggiare a suo piacimento. Se un giorno a lui, o a uno dei suoi “compari”, girasse di proibire le preghiere e i riti alle comunità musulmane, o hindu; oppure se le opinioni di giornali e media liberali dovessero fastidiosamente spettinare il ciuffo penzolone; o, ancora, se si volessero utilizzare i militari contro i propri cittadini (come nel recente caso della California), non ci saranno più ostacoli di sorta. Si fa un bel decreto e via col vento.
Quando nell’estate del 1787 a Filadelfia i padri della patria scrissero le regole costituzionali che hanno resistito all’usura del tempo e a quarantasei presidenti, avevano pensato a tutte le possibili funzioni di “check and balance”, ossia di pesi e contrappesi che sostenessero in modo eguale i tre poteri: legislativo, giudiziario ed esecutivo. Tuttavia a nessuno venne in mente che la nomina dei nove giudici della Corte suprema – designati a vita dal Presidente allorché un membro della Corte decede o dimissiona – potesse diventare l’anello debole del sistema. Durante il primo mandato Trump ebbe la fortuna di poter nominare tre giudici e, naturalmente, non si fece sfuggire l’opportunità, scegliendo attentamente tra i magistrati ultraconservatori e di conclamata fede repubblicana. Adesso per il Presidente è giunto il momento d’incassare i dividendi, di farsi dare il lasciapassare per l’assalto finale alla diligenza.
In tutto ciò la Corte suprema ne esce lacerata, profondamente divisa e malconcia. Come del resto gli Stati Uniti. La polarizzazione è arrivata agli estremi anche sull’ultima diga prima del dilagare delle acque. Se da un lato la giudice repubblicana e conservatrice, Amy Coney Barrett, giustifica la sentenza di venerdì scorso con i troppi tribunali che hanno simultaneamente intralciato il governo con “ingiunzioni universali”, è pur vero che Trump ha firmato 164 decreti esecutivi in meno di cinque mesi. Una raffica mai vista prima. Sonia Sotomayor, giudice della Corte suprema di fede democratica ammonisce che con questa sentenza nessun diritto sarà più al sicuro mentre la giudice della medesima Corte, Ketanji Brown Jackson, parla di un attacco senza precedenti agli equilibri democratici: “Può darsi che il degrado dello Stato di diritto un giorno arriverebbe comunque – ha detto – ma la complicità di questa Corte nel sostenere la cultura del disprezzo per le Corti inferiori, per le loro sentenze e per la legge in generale, non farà che accelerare il declino delle nostre istituzioni e la nostra estinzione collettiva”.
Nessuna meraviglia però. Che l’intento del Masaniello-in-Chief fosse quello di rovesciare l’ordinamento democratico era evidente fin dal 2024, con una strategia lineare, oltre che dichiarata. Primo pilastro da scardinare: si governa a furia di decreti mettendo fuori gioco Congresso e Senato, svuotandoli così della loro funzione costituzionale. In seguito, con i medesimi decreti si invoca sempre la “sicurezza nazionale”, poco importa se a proposito di dazi, di lavoratori immigrati o di cittadini che protestano, motivi che ovviamente con la sicurezza nazionale non hanno nulla a che vedere. Ma vuoi mettere l’effetto magico delle due sacre parole nel perenne reality show? Dopodiché si istigano le Corti federali a sollevare un vespaio sapendo a priori che comunque in un modo o nell’altro si arriva alla Corte suprema dove, aumma aumma, gli amici degli amici sosterranno la causa. Ed ecco anche il secondo pilastro distrutto, quello giuridico, ossia il più ostico e contro il quale si è lavorato scientificamente.
Fantapolitica? Neanche per idea, eccone la prova: seguite questo link per il video. Il 18 giugno scorso a Washington c’è stata una seduta del comitato senatoriale sui Servizi Armati per domandare spiegazioni a Pete Hegseth, Segretario alla Difesa, sull’invio dei Marines (che dipendono da lui), spedizione voluta da Trump per “sedare” le dimostrazioni di Los Angeles senza la preventiva richiesta del Governatore della California come prescritto dalla Costituzione. La senatrice Mazie Hirono ha posto una domanda ben precisa: “Se una Corte dice che è illegale inviare i militari contro i propri cittadini, tu rispetteresti quella sentenza?” Cincischiando, dopo vari tentativi di svicolare e senza comunque mai veramente rispondere, Hegseth ha balbettato che le Corti inferiori non possono intervenire su questioni di “sicurezza nazionale”, materia su cui può pronunciarsi solo la Corte suprema. E voilà, il dessert è servito!
Identificando inizialmente la strategia trumpiana come l’autostrada che porta dritta a un golpe di matrice fascista, personalmente ho forse commesso un errore. E se avessero ragione coloro che parlano di gangsterismo basato su violenza (fisica, verbale e mediatica), latrocinio (arricchimento familiare, conflitto di interessi e corruzione) e illegalità (vale solo la legge del più forte) e diretto da un “Capu famigghia” e una serie di “capimandamento”? Di certo Mario Puzo non avrebbe mai potuto immaginare un “Padrino parte quarta” con una trama di questo livello.
E adesso che il potere legislativo e quello giudiziario sono quasi completamente tagliati fuori, che accadrà? Nessuno ha la sfera di cristallo, ovviamente, e le opzioni sono molteplici. Considerando il calo notevole nel gradimento di Trump, anche tra gli elettori repubblicani, è possibile che l’Aspirante Dittatore miri a dare la zampata finale alla più longeva democrazia del pianeta prima delle elezioni del mid-term (novembre 2026). Oramai senza freni e a briglia sciolta, spingerà ogni bottone a sua disposizione per autoincoronarsi imperatore. Occorre però ricordarsi di una semplice equazione: metà dell’America non ha votato per lui, e molti cittadini hanno in casa fucili, pistole e mitragliette d’assalto, un sacrosanto diritto sancito dalla Costituzione e sempre difeso dallo stesso Trump. Raggiunto un certo limite, cadute tutte le barriere a salvaguardia della democrazia, se il Ciuffo Arancione si lancerà verso la dittatura, non è affatto improbabile che si possa arrivare a scenari colmi di violenza come, ad esempio, una guerra civile.
Fascisti, gangster o cowboy, a questo punto poco importa. Voi, io e tutti gli abitanti di questo pianeta siamo seduti su un trenino come quello di “Space Mountains”, le montagne russe di Disney World che si fanno a un’impressionante velocità nel buio più totale. Allacciamo le cinture di sicurezza: comincia un nuovo giro, e su questi saliscendi e curve al cardiopalma non sai mai da quale parte verrà il prossimo scossone, se si salirà o se si scenderà, vertiginosamente, con lo stomaco sospeso alle orecchie.
- Immagine di copertina: Il palazzo della Corte suprema degli Stati Uniti; foto di Jeff Kubina, Public domain, via Wikimedia Commons




