LO SGUARDO, PRIMA LETTERA DELL’ALFABETO UMANO
Aspirante credente e progressista tragico, Daniele Mencarelli rivendica la funzione di testimonianza della letteratura
a cura di Carlo Gnetti* e Barbara Pierro**.
* Giornalista e saggista, direttore di “Tempo Libero” e della testata online “Fitel Emilia-Romagna”; ** Direttivo Fitel nazionale, Coordinamento donne Fitel
Daniele Mencarelli, romano, classe 1974, è poeta e scrittore. Collabora con diversi quotidiani e riviste per i quali scrive di cultura e società mettendo a fuoco anche qui le tematiche brucianti della sua poetica che si fanno denuncia sociale: dal disagio psichico, alla disabilità, agli interrogativi esistenziali, ma anche alla forza vitale della condivisione del dolore, a problematiche della nostra epoca come il vuoto lavorativo per i giovani, i morti sul lavoro o le criticità dell’assistenza sanitaria, solo per citarne alcuni. La sua produzione poetica, a partire dall’esordio sulla rivista “clanDestino”, si afferma soprattutto con la raccolta Bambino Gesù (2001 e poi 2010 per Nottetempo) nella quale affronta i temi della malattia infantile che ha avuto modo di osservare da vicino, come operaio in una cooperativa di pulizie, durante l’esperienza lavorativa nell’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma. Dopo sei volumi di liriche e un racconto pubblica cinque romanzi (tutti editi da Mondadori), molto apprezzati dalla critica e vincitori di numerosi premi letterari, con i quali si consacra tra gli autori italiani più letti e amati: La casa degli sguardi (2018, Premio Volponi, Premio Severino Cesari Opera Prima, Premio John Fante Opera Prima), Tutto chiede salvezza (2020, premio Strega Giovani, da cui è tratta per Netflix la serie omonima di cui Mencarelli ha curato la sceneggiatura), Sempre tornare (2021, premio Flaiano per la narrativa) e Fame d’aria (2023, Premio Clara Sereni); Brucia l’origine uscito a ottobre 2024. Degli amanti non degli eroi, pubblicato nel gennaio ’24, segna il suo ritorno alla poesia. Con Adelmo, che voleva essere Settimo, appena uscito per i tipi Mondadori, Mencarelli si cimenta per la prima volta con la letteratura per ragazzi.
Allo scrittore e poeta, nonché padrino del concorso letterario Fitel “Storie Inaspettate” di quest’anno, rivolgiamo alcune domande.
TEMPO LIBERO Sofferenza psicologica e psichiatrica, dipendenze, disabilità, malessere esistenziale: nei tuoi scritti racconti, o meglio disegni con autenticità ed empatia, la fragilità e il dolore spesso negati in questa società, quasi un tabù di cui ci si vergogna o una rimozione da compiere, polvere da nascondere sotto il tappeto. Da dove nasce questa attenzione, che appare quasi un’urgenza narrativa?
MENCARELLI Nasce dalla mia esperienza diretta. Sono nato nel ’74. Alla fine degli anni ’90 esplodono in me segni di grande inquietudine, di grandi insoddisfazioni, di grandi domande esistenziali. Visto che ogni cosa va contestualizzata storicamente, diciamo che questa mia parte è stata letta dalla modernità e poi dalla post modernità come il sintomo di una non meglio identificata patologia da mettere a fuoco. Dopo, per mia somma grazia, per dirla in maniera un po’ aulica, mi è accaduto di conoscere certi linguaggi. In particolare la letteratura e ancor più la poesia mi hanno messo in contatto con persone che da sempre, da quando l’uomo sta sulla terra, condividono con me un certo modo di guardare la vita e se stessi. Il fatto di sentirsi contemplati, compresi dentro una tradizione di esseri umani, già questo dovrebbe stupirci e in certi momenti terrorizzarci: esseri umani che vivono la vita per quello che è, un’enorme fonte di scandalo e di sorpresa, quella di essere vivi solo noi a perdita d’occhio. Tutto questo mi ha dato un’enorme mano. Ma tutto quello che ho detto sinora non esclude per automatismo, ci mancherebbe, il bisogno che ho avuto in certi momenti di avere una cura. Perché sono proprio i poeti, gli scrittori e gli artisti, diciamo questa categoria umana che, ponendosi più vicino a certi temi, corre più il rischio di essere da loro risucchiata. Però io non sono solo malattia mentale: questo mi sembra evidente.
TEMPO LIBERO No certo, anzi: attraverso la narrazione della sofferenza e delle relazioni umane proponi sempre una via di salvezza percorribile, per parafrasare un tuo titolo.
MENCARELLI So di dire una frase fatta: l’uomo non si salva da solo, che sia in mezzo a un mare mentre sta affogando oppure che affoghi nella sua mente. L’uomo ha sempre bisogno di un aiuto esterno e non credo di essere contraddittorio se dico che, quando si tratta di male interiore, l’aiuto esterno è quello che a me piace definire trampolino di lancio che gli altri esseri umani possono costruire per noi; ma poi siamo noi a doverci lanciare in qualcosa di nuovo. Nella mia vita ho fatto poche cose da solo e ho avuto l’enorme, straordinaria fortuna di conoscere – su tutti i versanti, da quello artistico e poetico a quello patologico, a quello assolutamente accidentale, casuale, degli incontri che fai in autostrada quando una macchina è rotta o in metro – tante persone che hanno avuto come me il desiderio e la necessità enorme di trovare nell’altro qualcosa che loro non possedevano, un po’ come un gioco di specchi. E questa secondo me è un po’ la chiave per sopravvivere in maniera più docile.
TEMPO LIBERO Giri molto nelle scuole di tutto il paese. Che cosa ti chiedono i giovani che incontri e cosa vuoi dire loro?
MENCARELLI Il mio desiderio e la mia enorme curiosità nei confronti dei giovani nascono da due elementi. Il primo: credo fermamente che si rimane giovani frequentando il più possibile i giovani. Il secondo è di natura prettamente storica: la generazione dei nativi digitali introduce nella storia dell’uomo qualcosa di completamente nuovo; per la prima volta dopo millenni non è il giovane che va dall’uomo anziano quando non sa fare una cosa, ma è l’uomo anziano che va dal giovane. C’è stata proprio un’inversione che non so dove ci porterà. In questi ultimi anni ho incontrato circa 150 mila ragazzi di scuole superiori, e bollarli semplicemente come generazione fragile e malata, incapace e insufficiente, è quanto di più distante dalla mia esperienza diretta.
Questi ragazzi sono semplicemente straordinari. Aggiungo un dato importante: per sua fortuna o sfortuna la mia generazione non ha avuto un evento orizzontale che l’ha coinvolta per intero. Sino a prima della pandemia questo tipo di esperienza rispondeva a un solo nome: guerra. Nel 2020 esplode un evento totalmente nuovo, quasi fantascientifico, distopico, la morte per qualcosa che non si vede ed è per tutti allo stesso modo. Poi i vaccini per fortuna ci hanno aiutato a superare questa fase.
TEMPO LIBERO Quali differenze rilevi tra il prima, il durante e il dopo la pandemia?
MENCARELLI Non sono uno storico, ma cerco di essere un buon osservatore: credo che il Covid sia stata una grande esperienza collettiva orizzontale, assolutamente identica per come è stata attraversata, tale da diventare un evento allo stesso tempo azzerante ed edificante per ricominciare qualcosa di nuovo. Dopo la prima e la seconda guerra mondiale, dopo i grandi fatti della storia, l’uomo si è ritrovato quasi sempre a voler rifondare in maniera positiva il proprio rapporto con sé, con il mondo e con la vita. Ecco: in questi ragazzi vedo esattamente questo afflato, questo desiderio. Purtroppo hanno un problema che li opprime e che probabilmente non darà loro la possibilità di esprimere la voglia di novità nata dal Covid, e questo problema siamo noi adulti. Il mondo esce dal Covid riportando una guerra in Europa che dura ormai da tre anni e reinsanguinando tutta l’area del Medio Oriente, che purtroppo non riuscirà mai a trovare un punto di equilibrio. Ma la cosa ancora più fantascientifica, ancora più post-distopica, è che viene rieletto un presidente in America che quotidianamente pone in essere affermazioni, minacce, comportamenti che vanno al di là di ogni principio democratico. Leggevo che il patrimonio di Trump è arrivato a 5 mila miliardi da quando è stato rieletto e che per 3.500 volte (vado a memoria) ha dato vita a un conflitto di interessi.
Il bello è che poi guardiamo alle generazioni più giovani e diciamo che sono poveri, che sono fragili. No: innanzi tutto hanno una forza enorme, di resistenza nel vivere in un mondo che avrebbe terrorizzato il Daniele adolescente. E poi questi ragazzi sono una novità anche nel coraggio che hanno di confessare la loro fragilità. Mi viene in mente Corazzini che aspirava a essere un uomo sentimentale e voleva ammettere la propria fragilità. Ebbene, da adulti non ci sta bene che questa generazione ammetta la propria fragilità: è la schizofrenia che accompagna questa epoca. Poi scatta il meccanismo per cui io giovane non vado bene quando ero in conflitto con il mondo, non vado bene quando ero ideologicamente schierato, non vado bene quando ero in contrasto con i miei genitori. Ma allora quando è che vado bene?
TEMPO LIBERO Smartphone, tablet, social e anche ludopatie, a cui andrebbero aggiunti romanzi seriali e serie tv di scarsa qualità: siamo di fronte a nuove forme di dipendenza, tema sul quale hai sempre manifestato grande sensibilità. Qual è secondo te la differenza qualitativa tra queste nuove e le vecchie dipendenze, quelle della nostra generazione?
MENCARELLI Io mi definisco aspirante credente e progressista tragico. Sono stato bambino all’inizio degli anni ’80. Avevo un cugino carnale con cui sono cresciuto, il figlio del fratello di mia madre che è morto per over-dose. Ho frequentato ragazzi eroinomani, ho conosciuto tantissimi cocainomani e alcolisti e ho avuto anch’io dipendenze. Senza togliere una percentuale di gravità alle nuove dipendenze, perché ce l’hanno eccome, io credo che nel passato alcune di esse fossero molto più aggressive. Non dimentichiamo che l’eroina è l’unica sostanza che dà dipendenza fisica e psichica allo stesso tempo. Negli anni ’70-’80, tra lotta armata e diffusione dell’eroina, un’intera generazione è stata decimata.
Oggi alcune dipendenze sono più subdole, tendono a occultare il soggetto dipendente. Penso agli hikikomori (persone che hanno scelto di limitare la loro vita sociale, ndr), penso a tutti quelli che vivono l’esilio domestico, che non escono più di casa.
Sulle dipendenze però ho una visione molto più ampia. Credo che l’uomo non possa vivere senza tre grandi elementi, che hanno declinazioni positive o negative e dentro i quali c’è tutto e il contrario di tutto: parlo dei riti, dei culti e dei consumi. La ragazza che spende metà dello stipendio per acquistare in rete una maglietta di Louis Vuitton, e la paga in tre rate con Klarna, è evidentemente vittima di un consumo.
Tutto ciò che sta succedendo in questa epoca è una frammentazione cellulare che spesso ci lascia soli di fronte al nostro problema, e questo è forse l’aspetto più negativo. Non viviamo più grandi fenomeni generazionali, orizzontali, che davano la possibilità se eri fortunato di trovare tra i coetanei persone che, esattamente come te, volevano uscire da una fase negativa della propria vita. Oggi tutto questo rischia di essere più difficile.
Aggiungo un dato che riguarda il disturbo psichico dei giovani proprio in virtù della mancanza di fenomeni orizzontali, generazionali, e che dimostra come negli ultimi 40-50 anni sia cambiata la nostra lingua. Quando sono a scuola con i ragazzi faccio spesso questo gioco: “Chi di voi – chiedo – avrà un debito o una bocciatura”? Tanti alzano la mano. E io: “Mi dite la prima parola che vi viene in mente per descrivere il sentimento che provate”? La prima parola che dicono, in modo plebiscitario, è: ansia. Ed esplode una grande risata. Con i ragazzi tendo a essere molto teatrale, passo da uno stato a un altro volontariamente perché rido con loro. Poi divento improvvisamente serio. Perché un ragazzo che non dice ho paura, ho timore, sono preoccupato, non dice sono angosciato, terrorizzato, ma dice ho l’ansia è un ragazzo che in maniera inconscia si colloca dentro un catino che è quello della patologia, e come tale verrà letta in seguito. A me sembra che queste generazioni nuove, a parte il Covid – ma noi non gli abbiamo dato modo di costruire qualcosa dal Covid –, abbiano trovato nei disturbi psichici una nuova forma di conformismo sociale. Tanti psichiatri con cui ho condiviso questa impressione sono d’accordo. Mi spiego: piuttosto che stare in una classe e di non avere nulla in comune con gli altri 20, 30 ragazzi che ho attorno a me, preferisco avere una parola-sentimento da condividere con loro: ho l’ansia come te. Questo è uno dei grandi pericoli che ci apprestiamo a vivere. Se non cambia l’indirizzo generale, e non credo cambi visti i chiari di luna, andremo sempre di più verso una società che sarà tutta malata. E quindi non sarà malata, perché i due opposti appunto si sfiorano.
TEMPO LIBERO Nasci poeta e poi diventi narratore. Come vivi queste due dimensioni? Essendo tu anche un narratore, nonché padrino quest’anno del concorso “Storie Inaspettate”, che consigli ti senti di dare a chi vuole misurarsi con la scrittura?
MENCARELLI La gioventù per me è la fase più difficile dell’esistenza. Io ho cinquant’anni ma non tornerei mai indietro. Magari domani entrerò in crisi e tutto quello a cui ho creduto sino ad oggi non sarà più valido. Però la mia poetica poggia su due fondamenti, che sono stati cementati dall’esperienza che ho fatto all’ospedale pediatri-co. Il primo è un dovere, se vogliamo più sentimentale e umano, ed è il ringraziamento. E quindi devo ringraziare tutti coloro che, da consanguinei o meno, da sconosciuti o meno, hanno allungato una mano, come diceva anche Rino Gaetano, per permetter-mi di stare meglio. Il secondo è la grande rivoluzione, o controrivoluzione, cioè il grande ritorno che deve assolutamente compiere la letteratura per tornare alla sua funzione primaria, che è testimonianza della realtà e del presente. Ormai noi affidiamo il presente soltanto a una parola per sua natura vacua, veloce, istantanea, che brucia in un attimo: cronaca. Ma fino a 60, 70, 80 anni fa, accanto alla cronaca, accanto al giornalismo, l’uomo aveva quella parola posata, ponderata, che tornava sui grandi o sui piccoli fatti della storia, che è letteratura. Noi dobbiamo recuperare il valore testimoniale della letteratura rispetto alla storia, anche perché il rischio contrario è sempre di più l’assenza di storia. E qui torno al Covid. Oggi la stragrande maggioranza di editori, siano essi cartacei o audiovisivi, se si sentono proporre una storia ambientata durante il Covid ti dicono di no, perché il pubblico non vuole sentire parlare di Covid. Ora, tanto più si rimuove la storia, anche recente, tanto più il potere potrà replicare all’infinito ciò che ha già fatto. Quindi recuperare la funzione di testimonianza è il primo grande comandamento della letteratura.
TEMPO LIBERO E il consiglio ai ragazzi?
MENCARELLI Negli anni ’60 venne a lavorare in Italia con Sergio Endrigo e Giuseppe Ungaretti Vinicius de Moraes, che ha scritto La vita è l’arte dell’incontro. Ecco, io dico ai ragazzi che il mondo digitale offre straordinarie risorse, però lo sguardo è la prima lettera dell’alfabeto umano. Da uno sguardo nascono l’amore, l’amicizia, l’antipatia, la simpatia, nasce tutto quello che è possibile all’essere umano. Noi siamo sempre meno custodi e donatori di sguardi. Ma per scrivere un buon libro non possiamo fare a meno dello sguardo.
TEMPO LIBERO Il tema del Premio giuria del concorso “Storie inaspettate” di quest’anno era dedicato alla solidarietà e all’associazionismo (col titolo «“Dammi la mano e torna vicino / può nascere un fiore nel nostro giardino”. L’energia della solidarietà e dell’associazionismo», ndr). Che cosa pensi del ruolo del Terzo settore in Italia?
MENCARELLI Da sette anni pubblico ro-manzi e non smetto di girare in Italia inseguendo temi non proprio ludici. Ecco: posso dire che per le dipendenze, la malattia mentale, l’autismo, l’Italia è salvata dagli Enti del Terzo settore.
Ho avuto in dono un figlio che non sta bene, ma va fatta una precisazione fondamentale: avendo io le strutture culturali ed economiche, invece di chiudermi dentro casa come fanno tanti, faccio della malattia di mio figlio qualcosa che può diventare importante per altre persone. Senza questo meccanismo l’Italia sarebbe un paese morto. Se poi parliamo di neuropsichiatria pubblica in Italia dovremmo scendere per strada. E qui preferisco tacere per non dire cose sgradevoli.








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“La generazione dei nativi digitali è semplicemente straordinaria e introduce nella storia dell’uomo qualcosa di completamente nuovo: l’anziano che va dal giovane per imparare”

