La voce di una delle personalità più influenti della Chiesa di Roma su conflitti, migrazioni, disuguaglianze e intelligenza artificiale
a cura di Carlo Gnetti, giornalista e saggista, direttore di “Tempo Libero”
Arcivescovo ed eminente teologo, Salvatore, “Rino”, Fisichella è attualmente pro-prefetto della sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo del Dicastero per l’Evangelizzazione. A lui, una delle personalità della Chiesa più attente alle dinamiche globali e alle loro ricadute sul pensiero e l’azione dell’uomo, abbiamo rivolto alcune domande, a partire dalle tensioni e dai conflitti che attraversano il mondo.
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TEMPO LIBERO Papa Leone XIV ha preso una posizione netta contro la guerra e soprattutto contro l’utilizzo della religione per giustificare l’uso delle armi. Come giudica il confronto in atto tra certi leader politici responsabili e sostenitori del ricorso alla forza e il capo della Chiesa cattolica? Quali sono le motivazioni di fondo che muovono certe prese di posizione e quali le possibili ricadute sul mondo cattolico?
FISICHELLA Devo dire innanzi tutto che il messaggio di pace tocca direttamente la vita della Chiesa. Non è un messaggio collaterale all’annuncio del Vangelo, ma è il Vangelo stesso. Le prime parole di Gesù nel momento in cui si presenta ai suoi discepoli dopo la risurrezione sono “pace a voi”. Questo comporta inevitabilmente una grande responsabilità.
Quando si diventa annunciatori di pace non si è migliori degli altri, ma si è più responsabili. C’è un impegno che viene assunto in prima persona dal Santo Padre, ma la sua diventa la voce di tutta la Chiesa. È la voce di tutti i credenti e quindi non è isolata: è una voce che “dà voce!”. Ciò che normalmente cerchiamo di raggiungere acquista così una dimensione più dinamica. Perché la pace va costruita, non è soltanto un annuncio che viene fatto. È una responsabilità che viene condivisa.
Ecco perché la voce di Leone XIV diventa sempre più forte. Forse per qualcuno è assordante, ma questa è la missione che la Chiesa cattolica e i cristiani hanno nel mondo di oggi. Certo, non possiamo dimenticare la storia del passato e le tante guerre di religione. Tuttavia questo ci convince ancora di più dell’importanza dello sguardo storico e dell’esperienza acquisita nel corso dei secoli. Proprio perché abbiamo vissuto situazioni che, contestualizzate nel momento storico, sono state di guerra e di violenza, a maggior ragione abbiamo la forza di dire che quella non è la strada da seguire. La strada da percorrere è un’altra ed è quella della pace che si costruisce giorno dopo giorno.
Questo ci pone in una situazione storica di discernimento. Non possiamo dimenticare che nel mondo ci sono circa 56 guerre. Il nostro sguardo non si può fissare solo su due o tre momenti geolocalizzati su cui intervenire. Certamente ci sono delle guerre che coinvolgono più direttamente l’orizzonte internazionale e pertanto richiedono un’attenzione più forte, una voce che sia all’altezza della gravità della situazione. Senza però dimenticare che ci sono altri focolai di guerra, i quali a loro volta provocano vittime innocenti. Da questa prospettiva la voce del Papa diventa un richiamo fortissimo a coloro che hanno la responsabilità politica di una guerra.
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TEMPO LIBERO Le divergenze, almeno con una parte del mondo politico, riguardano anche le politiche migratorie. Al di là delle ragioni umanitarie da cui è impossibile prescindere, quali sono le prospettive suggerite dalla Chiesa per rendere sostenibile il fenomeno dell’immigrazione senza provocare tensioni sociali? E quali le proposte per favorire l’integrazione tra mondi, religioni e culture diverse?
FISICHELLA Pochi giorni fa Papa Leone ha dato un’ulteriore chiave di lettura riguardo a questa problematica, quando ha detto:
“Pensiamo all’immigrazione ma non conosciamo la storia delle persone che emigrano”. Credo che qui ci sia la chiave interpretativa per comprendere più a fondo la posizione della Chiesa e anche la posizione del Santo Padre. Vale a dire: il primo sguardo, il primo criterio è la dignità della persona. Un criterio che è stato sottolineato anche nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, che parla proprio della dottrina sociale della Chiesa come uno dei capitoli fondamentali nell’evangelizzazione del mondo contemporaneo. La dignità della persona deve portarci su tutti i fronti a comprendere che davanti ai nostri occhi c’è una situazione che merita rispetto, vale a dire la storia di ognuno, i desideri che spingono una persona a cercare una condizione di vita migliore, più degna di essere vissuta. Questo inevitabilmente porta ad altri interrogativi. Primo fra tutti, com’è possibile che ci sia una crescita enorme di ricchezza in alcuni paesi e contemporaneamente ci sia una crescita di povertà in altri paesi? Ciò che noi osserviamo è che l’emigrazione proviene da paesi poveri. Ma sono poveri perché non c’è destinazione universale dei beni, perché le loro terre sono defraudate, perché non viene rispettata la dignità della persona, a cominciare dalla corrispondenza del lavoro con il salario.
Fra i tanti interrogativi che si pongono dinanzi al fenomeno dell’emigrazione, c’è anche il fenomeno della violenza compiuta nei confronti di quanti emigrano in maniera illegale e che cercano in questo modo di trovare spazio alla loro dignità. Quanti sono coloro che lucrano in maniera disonesta sull’immigrazione?
Ci sono paesi che promuovono leggi per gestire i flussi migratori e ci sono purtroppo situazioni che, a dispetto delle leggi, lasciano spazio per lucrare sulla condizione dei migranti. Questo pone grandi problemi etici che inevitabilmente rinviano a un tipo di economia e di politica che deve necessariamente essere rivisto di volta in volta e mai come una risposta totale ed esaustiva. Le migrazioni esistono da quando esiste l’uomo, quindi direi che non possiamo demonizzare questo fenomeno. Alcuni paesi hanno bisogno di persone che vengono a lavorare perché la loro economia e la loro struttura economica non potrebbero andare avanti senza la manodopera fornita dai migranti, nonostante tutta la tecnologia che possediamo. Quello che mi sento di dire è che il fenomeno dell’immigrazione deve essere conosciuto in profondità, ha bisogno di essere guidato attraverso la saggezza di leggi che siano in grado di coniugare il rispetto della persona e la responsabilità sociale.
Dall’altra parte però occorre anche un richiamo alla responsabilità politica, perché i beni non siano concentrati solo in alcuni paesi ma abbiano una destinazione universale. Non si può pensare solo di fornire l’aiuto economico, è necessario anche altro, ad esempio una partecipazione piena delle conquiste tecnologiche. Se noi manteniamo solo nei paesi industrializzati la ricchezza strutturale tecnologica dovuta alle conquiste che sono state raggiunte e che non vengono condivise con altri paesi nel mondo, noi rischiamo che ci sia una contestazione difficilmente gestibile nel futuro, una rivoluzione, chiamiamola tecnologica, da parte dei soggetti che soffrono e vivono in povertà. Lo sforzo di responsabilità che dobbiamo compiere è quello della condivisione e della destinazione universale di ciò che è proprietà di tutti.
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TEMPO LIBERO Senza dubbio la Chiesa si sta spendendo per rendere concreti gli sforzi di pace, la riduzione delle disuguaglianze e l’allentamento delle tensioni sociali. Ma come mai, secondo Lei, si stanno rafforzando nel mondo occidentale politiche, idee e comportamenti xenofobi, spinte identitarie, rivendicazioni dell’uso della forza e ostentazioni di ricchezza che non hanno precedenti nella storia umana? Quali sono le correnti sotterranee che spingono verso questa deriva e quali i possibili antidoti?
FISICHELLA La domanda tocca la dimensione culturale all’interno della quale ci troviamo, che segna il passaggio da un modello pluralistico a un modello tipico di questi decenni: quello globale della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale. È un passaggio davvero epocale. Si chiude un’epoca e se ne apre un’altra. Quando nella storia si verificano questi passaggi si vivono sempre momenti di transizione profonda. Ed è una transizione che, non avendo chiari gli obiettivi da raggiungere, vive con una confusione profonda e una debolezza delle proposte e dei progetti. Ciò che vediamo all’orizzonte non è altro che un’esasperazione di situazioni emotive che fanno emergere ancora di più la debolezza della ragione e della progettualità. Emerge una condizione generalizzata di mancanza di un’autentica progettualità che guardi al bene comune, in questo caso davvero un bene globale, per rinchiudersi all’interno di alcuni frammenti che sono la propria condizione storica, geografica e culturale. Ecco, questa sfida, che essendo emotiva, poco progettuale e con una debolezza della razionalità del pensiero, rende difficile tante volte il dialogo, la condivisione e anche la critica. Quindi non credo che in questo momento sia possibile individuare soluzioni esaustive. Possiamo avere delle forme di discernimento, delle forme di aiuto che possiamo offrire per aprire di più l’orizzonte del futuro. Certo, quello che mi sento di dire è che più si radicalizza un frammento più perdiamo di vista la globalità verso cui muoverci. Quando si radicalizzano alcuni frammenti di posizioni e li si fanno diventare la totalità della problematica, si cade inevitabilmente nel fondamentalismo. Cioè, un frammento di verità diventa tutta la verità, ed è purtroppo ciò di fronte a cui ci troviamo tante volte nel dibattito odierno. Si prendono soltanto alcune situazioni, si radicalizzano e si fanno diventare la globalità della problematica. Non può essere così. Lo sguardo che la Chiesa, che un uomo di Chiesa possiede è uno sguardo più universale, più globale. È uno sguardo che considera quanto la verità vada costruita giorno dopo giorno, e una tappa raggiunta rimane sempre una tappa nel cammino per andare oltre. Non possiamo accontentarci di presentare soltanto alcuni frammenti ma dobbiamo compiere un cammino più faticoso e di maggiore responsabilità che allarghi lo sguardo e sappia abbracciare il futuro e il mondo intero, non soltanto il momento presente.
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TEMPO LIBERO L’enciclica di Papa Leone affronta uno degli argomenti più rilevanti per il futuro dell’umanità, cioè l’intelligenza artificiale e l’uso buono o cattivo che se ne può fare. Qual è la sua personale idea a riguardo?
FISICHELLA Innanzitutto è bene avere tra le mani l’insegnamento che proviene dall’enciclica, perché è puntato sulla dignità della persona nel momento in cui si dibatte dell’intelligenza artificiale. Quella del Papa non è un’enciclica sull’intelligenza artificiale, del cui sviluppo siamo solo all’inizio, ma è un insegnamento sulla condizione dell’uomo. È una visione antropologica quella che il Papa vuole offrire all’interno di questo contesto così tecnologizzato, che apre spazi imperscrutabili. Personalmente sono sempre aperto alla ricerca scientifica, perché la ricerca scientifica e quella tecnologica che ne deriva sono il frutto della creatività dell’uomo, e quindi sono il dono positivo della creazione. Non mi sento di demonizzare la ricerca, né la conquista tecnologica, che sono e devono essere sempre al servizio di una vita più umana e più degna di essere vissuta. Fatta questa premessa, bisogna anche entrare nel merito. La prima cosa che mi sento di dire è che dobbiamo conoscere. Abbiamo poca conoscenza di un fenomeno che merita di essere approfondito molto di più perché è fortemente complesso. Non è affatto esaustivo, e ci pone davanti a molti interrogativi. Come ci poniamo dinanzi a questi interrogativi e quale tipo di risposta siamo chiamati a dare? Quindi bisogna entrare nella nuova cultura, non bisogna essere estranei. Il cristianesimo è sempre entrato nelle culture e ha dovuto modificare il suo linguaggio. Anche all’interno della Chiesa, quando ci incontriamo con tanti vescovi, il mio pensiero è sempre questo. Dico loro: attenzione, i giovani che oggi hanno 25 anni non ci capiscono più quando parliamo! Questa per noi è anche una grande sfida. Una nuova cultura crea un nuovo linguaggio e il linguaggio lo intendo come termine globale. Non è soltanto la parola parlata, ma è stile di vita, sono concetti, espressioni. Occorre entrare nella cultura per conoscerla e per cercare di coglierne anche i limiti.
Faccio solo un esempio: per noi il termine salvezza è fondamentale. Fra poco ci metteremo in cammino per celebrare i 2000 anni della Redenzione, e ci sarà un nuovo giubileo nel 2033 proprio sul tema della salvezza. Ma cosa significa salvezza? Se io parlo con una persona che sta tutto il giorno davanti al computer, quando dico “to save”, “to save” vuol dire un’altra cosa, implica conservare un dato nel cloud. Noi portiamo qualcosa di vivo. La memoria dell’intelligenza artificiale al momento è una memoria statica. Noi uomini abbiamo una memoria attiva, dinamica, un’intelligenza creativa. Quindi come possiamo entrare all’interno dei nuovi linguaggi cercando di conservare i principi peculiari della nostra antropologia, la memoria, la progettualità, la creatività, il rispetto, anche la stanchezza? L’intelligenza artificiale non si stanca mai. Noi ci stanchiamo. L’intelligenza artificiale è sempre pronta a darti una risposta e se non la sa la inventa, non avendo a cuore la verità ma solo la necessità di darti sempre una risposta con un algoritmo. Per noi non è così. Se non sono capace di rispondere devo essere onesto con me stesso e con il mio interlocutore dicendo che non ho ancora la risposta, sono in cerca di una risposta. Se apriamo un confronto, vediamo che ci sono tanti aspetti positivi. Restano però tanti interrogativi alla base di un rapporto con la tecnologia che ha ancora bisogno di tanto tempo, di tanta pazienza e di tanta intelligenza.
L’intervista a Monsignor Fisichella è stata pubblicata nel n. 145 della rivista Fitel “Tempo Libero”.
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