Maria Delfina Tommasini ha lavorato per molti anni in un Istituto di credito ma ai numeri ha sempre preferito la lettura, la scrittura e il volontariato. Parecchi suoi racconti sono stati pubblicati in antologie ricevendo numerosi riconoscimenti. Si è poi cimentata nei romanzi storici e nei gialli, i suoi generi preferiti. Fra i titoli più significativi ci sono La contessa di Salasco (Yume 2019), NN di SS. Lebensborn (Progetto Cultura 2022), Intrighi nella Tuscia. Il commissario Mascioli e il suo Anemone (Ghaleb 2023); con Giuseppina Mellace ha scritto L’avventurosa e misteriosa vita del conte di Saint-Germain (Yume 2021) e I Senzavoce (Progetto Cultura 2023). Fa parte della giuria dell’ottava edizione del Premio letterario Fitel “Storie inaspettate”.
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NN di SS Lebensborn – Un romanzo sul programma di eugenetica nazista
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Dal romanzo di Maria Delfina Tommasini NN di SS Lebensborn, edito nel 2022 da Progetto Cultura, pubblichiamo qui il capitolo 10.
Siamo in Norvegia nel 1940, ai nazisti tedeschi si affiancano nazisti norvegesi, altrettanto crudeli e disumani. Fra eventi e colpi di scena, si innesca la storia di un’amicizia vera, quella che non giudica, di un amore che va oltre la guerra e di una difficile ricerca del passato: la verità andrà oltre ogni immaginazione. Il fine è quello di far rivivere la memoria delle donne e dei figli del programma di eugenetica nazista “Lebensborn”.
NN di SS Lebensborn, cap. 10 : “La poveretta”
La giovane si riprese in breve tempo. I bambini, dovette riconoscere, rispettavano in pieno i criteri di arianità: pelle liscia e rosata, occhi chiari e capelli biondi come il grano. Per il momento era tranquilla, sapeva che per il primo anno li avrebbe avuti vicino. Ciò che invece doveva affrontare nell’immediato era la cerimonia del battesimo.
Lei ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma sapeva bene che non poteva comportarsi diversamente. Ne aveva parlato a lungo con Mark e avevano deciso che nel frattempo lei e i bambini sarebbero rimasti nell’istituto ma, appena possibile, si sarebbero trasferiti tutti a Berlino a casa Schneider. Sarebbero stati una famiglia cementata dall’amore, al diavolo la guerra! Era questo il pensiero che le permetteva di andare avanti.
Karin da giorni le andava spiegando in cosa consistesse il rito e quanto fosse importante perché i piccoli sarebbero entrati a far parte del popolo germanico e delle SS.
Il capitano Mark era riuscito a far partecipare alla cerimonia anche la madre di Britt e la sua amica Astrid. Il padre, da quando si era allontanata da casa per entrare nel Lebensborn, non l’aveva più cercata e il fratello, troppo impegnato con la resistenza, non poteva certo rischiare di farsi scoprire contaminandosi con quei tedeschi. Anche lui, del resto, stava per diventare padre. Astrid glielo aveva confidato nell’ultima lettera portata da Mark nella quale le aveva anche comunicato che presto sarebbero diventate cognate.
“Madre, ti impegni a far crescere i tuoi figli nello spirito dell’ideologia nazionalsocialista?” domandò l’officiante. “E tu padrino” rivolgendosi al medico “ti impegni a fare in modo che questi bambini vengano educati nel rispetto della concezione della stirpe delle nostre SS?”. L’uomo annuì, la donna restò impassibile, anche se in cuor suo sapeva che né lei né tanto meno Mark si rispecchiavano in quelle idee e che i suoi bambini sarebbero stati educati in ben altra maniera. I due giovani genitori si scambiarono un’occhiata di intesa. In quel posto avevano cominciato a parlarsi senza usare parole, trasformando in silenzi eloquenti lo sguardo o gli ammiccamenti degli occhi, una lieve pressione delle dita, un gesto affettuoso della mano. Il non spiegato nascondeva la verità. I neonati vennero sfiorati con un pugnale e Britt venne percorsa da un brivido.
“Con questo vi accolgo nella nostra stirpe e vi assegno il nome di Amadeus e di Margareta: portate questo nome con onore.”
Astrid cominciò a piangere, le lacrime bagnarono il vestito teso sopra il residuo di pancetta e Mark le allungò un fazzoletto; la nonna corse ad abbracciare i nipotini stringendoli forte al petto e annusandoli, desiderava portarsi dietro il loro odore, chissà quando e se avrebbe potuto rivederli. Quella mattina la vista del mare dello stesso colore grigio delle nuvole basse che a loro volta riflettevano il colore scuro delle rocce, rispecchiava l’umore di Britt: timore e tristezza.
Aveva notato che i gemelli avevano dei comportamenti diversi; la bimba era sempre reattiva, attenta e curiosa mentre il maschietto sembrava disinteressato a qualsiasi novità, apatico e per niente ricettivo, era felice solo quando era disteso nel lettino.
Rifletté che doveva essere vero che le linee guida della personalità di ognuno si delineano già dalla prima infanzia e non si accorse della giovane donna seduta rannicchiata in un angolo del corridoio che si teneva stretta la testa fra le mani, finendo con l’urtarla e calpestarle una pantofola di panno a quadretti rossi.
“Mi scusi, ero sopra pensiero, ma si sente bene? Posso aiutarla?”
La risposta fu un grugnito talmente secco e feroce da far indietreggiare la stessa poveretta.
“Britt, cosa ti è successo? Sembra che tu abbia avuto uno spavento” le chiese Solveig a pranzo, davanti a un delizioso gravelask; il salmone era stato tagliato a fettine sottili, marinato in aneto e condito con il sale, accompagnato da patate al vapore e da una fetta di formaggio caramellato per dolce: la guerra era lontana da quelle mura. Britt, continuando a tenere la forchetta in sospeso, girandola in aria ora in un verso ora in un altro, raccontò l’accaduto con una nota di preoccupazione. Decisero di andare a cercare Karin, lei sapeva sempre tutto di quel luogo, era una fonte inesauribile di notizie.
“Sì, è arrivata da poco. La madre la vendeva ai soldati tedeschi per qualche corona è così è rimasta incinta. Del padre non si sa niente. So che non vuole il bambino e ha fatto di tutto per liberarsene, ora la tengono sotto sedativi, manca pochissimo al parto.”
“Non mi sento in alcun modo di giudicare quella giovane, del resto sapere non vuol dire valutare. Forse non si è saputa liberare dal giogo della madre o la loro situazione era così catastrofica da non avere altra via di uscita. Certo è riprovevole essere considerata merce di scambio, offrire il proprio corpo senza amore. A cosa ci ha portato la guerra! Continuo a ripetermelo. Ci potrebbe salvare solo l’intervento di Odino, padre degli dei e creatore dell’universo, con la sua lancia, Gungnir, e con le sue arti magiche. Certo, visto che c’era, avrebbe potuto crearlo diverso questo universo!”
La gioia per la nascita dei gemelli ebbe breve durata. Il medico quella mattina convocò Mark e Britt nel suo studio, ma si rivolse solo all’uomo: “Capitano Mark non amo le mezze parole, mi duole dirle che suo figlio ha dei problemi di coordinamento, non riesce ancora a tenere eretta la testa. Ci vorranno degli esami particolari che qui non possiamo eseguire. Dovrebbe andare a Dusseldorf, oltre tutto è la sua città, no? Chiaramente le darò tutti i nostri referti, non so cos’altro suggerirle. ora mi scusi ma ho un parto in corso.” E gli indicò la porta.
Britt diventò di sale e Mark dovette spingerla fuori a forza, era in stato catatonico. Una volta usciti la strattonò per farla reagire. “Cara, il dottore non ha le competenze giuste, vedrai che sicuramente si potrà fare qualcosa. Certo servirà uno specialista e questo non è un problema.”
“Ma tu lo sai cosa si dice?” ringhiò prendendolo a pugni. “Sai cosa può accadere? “
Il capitano era ben conscio che i bambini del Lebensborn con problemi fisici o deficienze mentali, non essendo “merce di prima qualità” venivano eliminati direttamente o, peggio ancora, usati come cavie per atroci esperimenti, giustificati con motivi di studio; Amedeus, oltre tutto, come gemello, costituiva un campione particolarmente interessante per i test tedeschi. Un suo sottoposto gli aveva raccontato con dovizie di particolari e con soddisfazione di aver fatto da infermiere al dottor Josef Mengele nel campo di Auschwitz. Questi, in particolare, voleva poter modificare la colorazione degli occhi, trasformando quelli scuri in azzurri. Lui stesso, sotto la supervisione del dottore, aveva iniettato una dose di blu metilene direttamente nell’iride di un bambino ebreo. “Il risultato per ora non c’è stato” aveva sentenziato l’infermiere deciso “ma ci sarà presto!”. A Mark si era intorcinato lo stomaco per tutta la notte, si sentiva impotente di fronte a tanto orrore: un popolo in preda a un’ubriacatura alla quale non c’era antidoto, questi erano i suoi connazionali.
“Britt, lo manderemo da mia madre” affermò “anzi lo accompagnerò io stesso. Devo andare a Berlino in missione e passerò a Dusseldorf. Te lo avrei detto domani, lo porterò con me insieme a un’infermiera. Non preoccuparti, vedrai che si risolverà tutto. Mio padre è il generale Schneider, non oseranno toccarlo e poi dovranno passare sul mio cadavere e, comunque, starà sotto il diretto controllo della nonna. E al mio ritorno ci sposeremo.”
Britt sembrò calmarsi, forse era vero quello che diceva Mark, il bambino era pur sempre il nipote del generale Schneider, aiutante in campo di Hitler, non poteva accadergli nulla, doveva credergli. E sapeva che Mark sarebbe tornato data la promessa appena fatta.
“Adesso stai tranquilla. Ti farò avere mie notizie appena possibile!” E l’abbracciò forte salutandola.
Alla donna sembrò di sentire il rumore di un cristallo andare in mille pezzi, non era un buon presagio, ma era la soluzione migliore.
Quella sera non riuscì a dormire, era in preda agli incubi, si svegliò di soprassalto sentendo delle urla, poi più niente. Si asciugò il sudore e percepì il pianto di un neonato e uno scalpiccio di passi. Si affacciò alla porta, intravide una barella e due pantofole scozzesi ai piedi di un corpo inerte coperto da un lenzuolo. Non le ci volle molto a capire che doveva trattarsi della poveretta incontrata nel corridoio e del nuovo io. Il bambino era nato e la ragazza era morta. Chissà cosa avrebbe riservato la sorte al nuovo venuto.




