NON È UNA QUESTIONE PRIVATA
Femminicidio: violenza strutturale e cultura da cambiare alle radici
di Giovanni Alfano, presidente di Fitel Molise, dottore in Scienze del Servizio Sociale
Il 25 novembre 2025, in occasione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, la Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità la proposta di legge avente ad oggetto l’introduzione del reato di “femminicidio” (A.C. 2528), già approvata dal Senato il 23 luglio 2025 (A.S. 1433). La legge n. 181/2025 è stata pubblicata il 2 dicembre 2025 ed è entrata in vigore il 17 dicembre 2025.
La nuova fattispecie del reato di femminicidio, introdotta da questa legge, configura l’uccisione di una donna non più solo come omicidio aggravato, ma come un delitto autonomo. È punito direttamente con l’ergastolo quando il fatto è commesso per motivi di odio, discriminazione, prevaricazione o per atti di dominio e controllo nonché quando avviene in relazione al rifiuto di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o alla limitazione delle sue libertà.
Non tutti gli omicidi di donne sono femminicidi. Il termine “femminicidio” indica precipuamente l’uccisione di una donna motivata dal suo genere e da una volontà di controllo, dominio o annientamento. Non individua dunque semplicemente il sesso della vittima, ma svela il movente culturale dell’uccisione. Non si tratta soltanto dell’omicidio diretto, ma anche di tutte quelle forme di violenza estrema che possono portare alla morte della vittima: maltrattamenti domestici, persecuzioni, nuove forme di violenza informatica (molestie, stalking, doxing, revenge porn e diffusione di immagini intime non consensuali), sfruttamento sessuale, mutilazioni genitali e tratta di esseri umani. Il concetto mette in evidenza la dimensione strutturale della violenza contro le donne e il legame con una cultura ancora segnata da modelli misogini. Nella stragrande maggioranza dei casi, l’uccisore è un partner, un ex partner, un familiare o comunque una persona appartenente alla sfera affettiva e relazionale della donna.
Nonostante le conquiste legislative ottenute nel corso dei decenni permane infatti una visione culturale che considera il corpo femminile come qualcosa da controllare, possedere o sottomettere. Alla base di questa mentalità si colloca il patriarcato, un sistema sociale e culturale che per secoli ha attribuito all’uomo il monopolio del potere economico, politico e familiare.
Fino a pochi decenni fa molte norme giuridiche in Italia hanno continuato a riflettere questa impostazione culturale. È solo del 1975 la riforma del diritto di famiglia che ha completamente ridefinito la società italiana, sancendo l’uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi, la fine della patria potestà con l’abolizione del concetto di “capo famiglia” e della potestà maritale. Il delitto d’onore è stato abolito solo nel 1981. Fino allo stesso anno era previsto il cosiddetto matrimonio riparatore, che consentiva allo stupratore di estinguere il reato sposando la vittima. Soltanto nel 1996 la violenza sessuale è stata riconosciuta come reato contro la persona e non contro la morale pubblica.
L’Italia è stata più volte richiamata dalla Corte europea dei diritti umani e dal Comitato Cedaw delle Nazioni Unite per il modo in cui alcune sentenze hanno minimizzato la violenza maschile sulle donne. In diversi casi le vittime sono state giudicate per il loro comportamento, il loro abbigliamento o il loro stile di vita, mentre gli aggressori hanno beneficiato di attenuanti o riduzioni di pena. Espressioni come “palpata breve” o riferimenti alla “disinvoltura” della vittima hanno contribuito a rafforzare fenomeni gravissimi come la vittimizzazione secondaria, cioè la sofferenza ulteriore inflitta alle donne proprio dalle istituzioni che dovrebbero proteggerle.
Questa lunga eredità culturale continua ancora oggi a influenzare comportamenti e relazioni. Tra i principali fattori che alimentano la violenza di genere vi sono le asimmetrie di potere tra uomini e donne e la persistenza di modelli di mascolinità tossica fondati sul controllo e sul dominio. In alcuni casi, l’autonomia femminile viene percepita come una minaccia all’identità maschile, provocando reazioni aggressive e violente.
Anche le condizioni economiche giocano un ruolo importante. Povertà, precarietà lavorativa e dipendenza economica possono aumentare la vulnerabilità delle donne, rendendo più difficile denunciare o abbandonare relazioni abusive. Allo stesso modo, bassi livelli di istruzione possono limitare la consapevolezza dei propri diritti e la capacità di riconoscere dinamiche violente.
I dati, diffusi periodicamente dal Ministero dell’Interno, confermano la gravità della situazione (www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/dati-e-statistiche/omicidi-volontari-femminicidi-e-violenza-genere).
Altro aspetto complesso riguarda il fatto che la cultura patriarcale sia spesso interiorizzata anche dalle donne stesse. Crescere in una società dove gelosia, controllo e possesso vengono considerati segnali d’amore porta molte persone a non riconoscere immediatamente i campanelli d’allarme di una relazione tossica. La violenza, inoltre, tende oggi a manifestarsi con tempi molto più rapidi rispetto al passato: il passaggio dal controllo psicologico alla violenza fisica può avvenire nel giro di pochi anni.
Per questo motivo la prevenzione assume un ruolo centrale. L’introduzione del Codice Rosso (Legge n. 69/2019), che istituisce una corsia preferenziale e accelerata per le denunce e le indagini riguardanti reati di violenza domestica e di genere, e delle nuove misure di protezione rappresentano un tentativo importante di contrastare il fenomeno attraverso interventi più rapidi e strumenti investigativi più efficaci. Tuttavia il contrasto al femminicidio non può essere affidato soltanto alla repressione penale.
La violenza contro le donne è prima di tutto un problema culturale. Combatterla significa intervenire sull’educazione, sui linguaggi, sugli stereotipi di genere e sulla rappresentazione dei rapporti tra uomini e donne. Il termine femminicidio non è dunque una semplice definizione giuridica o giornalistica, ma uno strumento culturale che permette di riconoscere una violenza storicamente invisibile e di affrontarla nella sua reale complessità.
È fondamentale educare le nuove generazioni al rispetto reciproco, all’affettività e alla parità di genere. Allo stesso tempo è necessario formare adeguatamente tutte le figure che entrano in contatto con le vittime: operatori sanitari, forze dell’ordine, magistrati e assistenti sociali devono essere preparati a riconoscere i segnali della violenza e ad accogliere le denunce senza pregiudizi.
L’omicidio di Giulia Cecchettin, avvenuto nel novembre 2023, ha riportato con forza il tema del patriarcato al centro del dibattito pubblico italiano. La vicenda ha provocato una profonda riflessione collettiva e ha spinto anche molti uomini a interrogarsi sui privilegi e sui modelli culturali nei quali sono cresciuti. Accanto all’indignazione, è emersa la consapevolezza che il cambiamento non possa riguardare solo le donne, ma debba coinvolgere l’intera società.
Le grandi manifestazioni del 25 novembre, Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, dimostrano che una parte sempre più ampia della popolazione italiana è pronta a chiedere questo cambiamento. Centinaia di migliaia di persone, donne e uomini, sono scese in piazza per dire che non si può più restare in silenzio. È il segnale di una società che vuole finalmente riconoscere la violenza di genere come un’emergenza culturale prima ancora che criminale.

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Le foto dell’articolo fanno parte della mostra “Sei bella da morire” curata da Ikonicafoto Aps (per gentile concessione)
Una parola che viene da lontano
La diffusione moderna del termine “femminicidio” è legata agli studi della sociologa femminista Diana E.H. Russell, che nel 1976 utilizzò il termine “femicide” durante il Tribunale internazionale sui crimini contro le donne organizzato a Bruxelles. Successivamente, nel volume Femicide: The Politics of Woman Killing, pubblicato nel 1992 insieme a Jill Radford, Russell definì il femminicidio come l’uccisione di donne da parte di uomini motivata da odio, controllo, possesso o disprezzo verso il genere femminile. Secondo la studiosa il femminicidio rappresenta l’esito finale di pratiche sociali e culturali fondate sulla subordinazione femminile. La donna viene punita perché decide di interrompere una relazione, rivendica libertà personale o autonomia economica, oppure si sottrae al controllo maschile.
Un contributo decisivo alla diffusione del concetto arrivò anche dall’antropologa messicana Marcela Lagarde, che introdusse il termine “feminicidio” nella cultura latinoamericana. Lagarde ampliò il significato della parola sottolineando non solo la responsabilità dell’aggressore, ma anche quella delle istituzioni incapaci di proteggere le donne e prevenire la violenza. Per la studiosa il femminicidio è la manifestazione estrema della violazione dei diritti umani femminili.
La parola divenne di uso internazionale soprattutto dopo i tragici fatti di Ciudad Juárez, in Messico, dove tra gli anni Novanta e Duemila centinaia di giovani donne furono sequestrate, violentate e assassinate nel silenzio delle autorità. Quel caso mostrò al mondo come il femminicidio non fosse un insieme di episodi isolati, ma un fatto sistemico alimentato da disuguaglianze sociali, corruzione e discriminazione di genere.
Per comprendere le radici profonde della violenza contro le donne è necessario guardare alla storia. Citiamo qui solo alcuni studi particolarmente significativi: il sociologo francese Pierre Bourdieu in un fondamentale volume del 1998 definiva il dominio maschile come la più antica forma di oppressione esistente, mostrando come le società occidentali hanno costruito un sistema secolare fondato sulla superiorità maschile e sulla subordinazione femminile.
La studiosa Eva Cantarella ha evidenziato come già nelle civiltà greca e romana la differenza tra uomini e donne fosse interpretata come una presunta inferiorità biologica femminile. Miti, religione e diritto contribuirono a consolidare l’idea della donna come figura subordinata, destinata principalmente ai ruoli di moglie e madre.
Alcuni riferimenti bibliografici
Bertolo C. (2011), La rappresentazione della violenza contro le donne, Cleup, Padova.
Bourdieu P. (1998), Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano.
Cantarella E. (2013), L’ambiguo malanno, Feltrinelli, Milano.
Cantarella E. (2024), “La misoginia nell’Antica Grecia”, in “Micromega”, n. 2.
Lagarde M. (2005), Comisión especial para conocer y dar seguimiento a las investigaciones relacionadas con los feminicidios en la República Mexicana y a la procuración de justicia vinculada. Por la vida y la libertad de las mujeres. 1er. informe sustantivo de actividades, México.
Radford J., Russell D.E.H (1992), Femicide. The Politics of Woman Killing, Twayne Publishers, New York.
Russell D.E.H. (aprile 2008), “Femicide: Politiciying the Killing of Females” nel report della conferenza “Strengthening Understanding of Femicide”, Washington DC.
Spinelli B. (1° maggio 2012), “Perché si chiama femminicidio”, in “La ventisettesima ora – Corriere della Sera”.
Spinelli B. (2008), Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale, Franco Angeli, Milano.
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