di Francesco Neri, giornalista professionista, ha lavorato e lavora per la Rai come autore e conduttore televisivo e radiofonico delle trasmissioni: Giornale radio, Unomattina, Ballarò, La Grande Storia, Caterpillar estate, Passioni, Vite che non sono la tua, Prima Pagina, Tutta la città ne parla. Fa parte della giuria dell’ottava edizione del Premio letterario Fitel “Storie inaspettate”.
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Signora Auschwitz, il dono della parola
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“Non mi meravigliai per niente quando un’impacciata studentessa, rivolgendomi una domanda, mi chiamò Signora Auschwitz, luogo che abitava il mio corpo e che mi sentivo anche addosso, come una camicia di forza sempre più stretta, che negli ultimi due anni mi stava letteralmente soffocando, senza che fossi capace di liberarmene. Ero convinta che dire di no alla testimonianza, separarmi da Auschwitz, da me stessa, dal mio essere, mi avrebbe fatto più che continuare”. Edith Bruck è una scrittrice ebrea di origine ungherese, sopravvissuta ai campi di sterminio. Vive in Italia da più di cinquant’anni. Uno dei suoi libri più importanti è Signora Auschwitz, il dono della parola pubblicato dieci anni fa da Marsilio e riedito ora da La Nave di Teseo: diario dell’orrore, testimonianza della barbarie, ricordo dell’inferno. E, ancora, viaggio a ritroso nei tormenti di bambina deportata nei lager nazisti, ricostruzione dettagliata e minuziosa di un passato che non passa.
Il volume si apre con una lettera all’autrice scritta da Laura, una liceale di Pescara, curiosa e desiderosa di sapere a sua volta, per non dimenticare. Scrive Laura: “Noi ragazzi di oggi così stupidi e ignoranti di fronte ai superstiti della guerra, potremo continuare a denunciare le atrocità compiute nel cuore dell’Europa appena mezzo secolo fa, mantenendo al posto di tutti voi la promessa fatta a chi, morendo nei campi, vi ha pregato di raccontare…” Laura rivolge a Edith Bruck, alla sopravvissuta più che alla scrittrice, un lungo elenco di domande, incalzanti e perentorie, che esigono risposta e che non consentono di essere eluse: che cosa passava per la mente dei prigionieri? Esiste una risposta a questa follia? Vi siete mai chiesti perché? In quei posti ha mai desiderato morire o continua ad avere paura della morte? Davvero non sapeva cosa fare con la sua vita, come poterla vivere, dove e con chi? Come fa a non odiare nessuno? La Signora Auschwitz risponde, attraverso la rievocazione, a quegli interrogativi spiegando che da oltre mezzo secolo cerca di tenere fede al desiderio di coloro che aveva visto morire: raccontare se fosse sopravvissuta: “ritenevo questo normale, naturale, giusto, quasi fossi un soldato animato di dovere, anche se per lunghi anni raccontando la drammatica separazione da mia madre, scoppiavo a piangere…”. Dopo tanti incontri con i ragazzi delle scuole, lei, la sopravvissuta, ha imparato a dominare le emozioni, a inghiottire le lacrime, a mascherare l’angoscia che le stringeva la gola. “Balbettando delle scuse, prendendo un profondo respiro, continuavo a parlare del passato per il presente e per il futuro. Non più mio ma dei giovani”.
Togliersi quel vestito di sopravvissuta non le è stato possibile. Il passato le ha inchiodato addosso, suo malgrado, il difficile ruolo di testimone. “Raccontare, da sopravvissuti, l’Olocausto per liberarsene – ha scritto Edith Bruck – è solo un’illusione: chi ha Auschwitz come inquilino devastatore dentro di sé, scrivendone e parlandone non lo partorirà mai, anzi lo alimenta”. Il dovere di non dimenticare si ribalta così nella condanna al ricordo e alla sofferenza. Il desiderio di fuggire da quel vissuto accende un insopprimibile senso di colpa, come se la decisione del silenzio equivalesse ad un vergognoso tradimento.
Francesco Neri ha incontrato Edith Bruck e le ha rivolto alcune domande.
Lei ha scritto: “La mia obbedienza a coloro che avevo ascoltato, guardato morire, dura da oltre mezzo secolo. Con le testimonianze che sono contenute nella maggior parte dei miei libri e la mia presenza, soprattutto nelle scuole, ovunque fossi stata invitata, citata, interrogata nella veste di sopravvissuta ad Auschwitz. Veste che portavo come fosse stata su misura e ritenevo questo normale, naturale, giusto quasi fossi un soldato animato di dovere…” Eppure leggendo il suo libro Signora Auschwitz, in alcuni passi soprattutto, si percepisce un desiderio di fuggire da quel vissuto, si coglie una certa volontà di non dover per forza ricordare. Come spiega questa sua duplice pulsione, il dovere della memoria e il desiderio di dimenticare?
Non ho desiderio di dimenticare, ho desiderio di fuggire. Chi non lo ha vissuto questo orrore non sa cosa vuol dire andare, per mezzo secolo, a testimoniare nelle scuole. Nessuno sa quanto può essere pesante, fino a distruggerti completamente la salute, la vita e la psiche andare a raccontare Auschwitz ai ragazzi. Con le mie forze ho fatto più di quello che avrei potuto. Mi sono ammalata: ormai mi trascinavo nelle scuole come una moribonda, con dolori e con medicine, pur di restare in piedi. Stavo malissimo, entravo e uscivo dall’ospedale. La mia malattia era Auschwitz, non era altro. Mi ha fatto ammalare e quindi volevo fuggire. Quando parli in una scuola con i ragazzi, che siano cento, duecento, cinquanta o trenta e racconti la tua storia ti stanchi moltissimo. Diventi una specie di robot. Poi quando finisci di raccontare, dopo due ore, la tua esperienza dalla A alla Z e si alza un ragazzo che ti domanda: “È tornata con sua mamma?” Non solo devi avere una grande resistenza perché quel giovane non ha capito niente. Poi hai quasi pietà di quei ragazzi che devono sapere queste cose. Vai a buttare sulle loro fragilissime spalle tutto questo orrore e quindi sei una portatrice di male, di non speranza. Nonostante il desiderio di fuggire mi dico che è mio dovere continuare ad andare nelle scuole a testimoniare. Altrimenti perché sarei sopravvissuta? Quando esco da queste scuole e so che quattro, cinque, tre, uno, sei ragazzi hanno capito quell’orrore ho la certezza che la mia vita non è inutile e che non è stata inutile la mia testimonianza. Il mio passato è una sofferenza e una gioia, un boomerang continuo. È una galera eterna da cui non si esce.
Nel 1983 è stato proiettato nelle sale cinematografiche del suo paese un filmato ungherese di un’ora e trenta sulla sua vita: come si è sentita, cosa ha provato quando l’ha visto, quando si è rivista in quel documentario?
Non si può spiegare. Sia durante la lavorazione del film sia quando l’ho rivisto ho percorso un Golgota che non si può immaginare. Quello è stato il più grande sacrificio che io abbia fatto. Ho accettato perché volevo parlare del mio paese d’origine, un paese antisemita e nazifascista. Ho accettato di fare il film per testimoniare. È stato molto utile, non per me ma per l’Ungheria. Quando l’hanno proiettato nelle sale la gente non riusciva a vederlo per quanto piangeva. Si vedeva la mia casa distrutta e mi vedevo io che mangiavo la terra, che baciavo il tufo con cui era stata costruita.
Quando le capita di ripensare al fraterno amico Primo Levi ritiene condivisibile il suo gesto estremo, il suicidio?
No.
Perché?
È una cosa molto strana. Io non credo che la nostra vita ci appartenga. Credo che la vita salvata ad Auschwitz appartenga a tutti i morti. Noi viviamo e parliamo perché loro non possono più farlo. Almeno io penso questo, può darsi che sia tutto campato in aria. Non può esserci nessun motivo per il quale, tra milioni di persone, tu ti sei salvata: perché tu e non un altro? Penso che Primo Levi in quel momento abbia perso davvero la ragione, lui che non ha mai perso la ragione nemmeno nei posti più allucinanti della sua vita, lui che era un uomo limpido e razionale. Può darsi che abbia avuto un momento di smarrimento che gli è stato fatale. Levi era molto lucido anche nei campi di concentramento. Chi come lui è arrivato nei campi in età matura con una formazione culturale e intellettuale, cercava lucidamente di vedere questa mostruosità. Io non capivo niente: dalla scuola elementare sono caduta ad Auschwitz: quel posto mi sembrava un’allucinazione. Può darsi che Primo, che quando fu deportato era già adulto e antifascista, abbia sofferto più di me. Lui ha sofferto moralmente. Ha provato un dolore non soltanto di sentimenti e di carne, come me, ma una sofferenza morale e mentale che è terribile.
Cosa vuol dire per un reduce di Auschwitz perdonare?
Non cominciamo col perdonare.
Per un sopravvissuto è possibile accettare l’idea del perdono?
No. Io non odio nessuno. Non farei del male neanche alla persona che ha bruciato mia madre. Sono una laica ma ho anche una religiosità che va al di sopra di qualsiasi religione quotidiana, praticata. E quindi non ho alcun odio verso nessuno. Posso perdonare solo per me perché nella cultura ebraica il perdono è del singolo individuo. Credo però che il perdono non sia un bene. L’uomo deve fare i conti con la propria coscienza, ogni singolo individuo deve riflettere e avviare un processo di cambiamento dentro di sé. Io non posso assolverti, sei tu che devi imparare ad assolvere te stesso, sei tu che devi percorrere la tua strada fino al tuo perdono, sei tu che devi cambiare. Se io ti perdono tu non cambi.





